Hanno ucciso l'Uomo Ragno (MC)
Elenco tracce
| 1 | Non Me La Menare |
| 2 | S'Inkazza (Questa Casa Non È Un Albergo) |
| 3 | 6/1/Sfigato |
| 4 | Te La Tiri |
| 5 | Non Me La Menare (Gospel) |
| 6 | Hanno Ucciso L'Uomo Ragno |
| 7 | Con Un Deca |
| 8 | Jolly Blue |
| 9 | Lasciati Toccare |
Note: questa ristampa è stata pubblicata dopo l'acquisizione della RTI Music da parte di Sony Music.
In seguito all'operazione, la RTI Music (che distribuiva la discografia degli 883) è divenuta S4. Rispetto alla prima versione del '92, questa presenta alcune differenze grafiche.
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Hanno ucciso l'Uomo Ragno, il primo album degli 883 esce nel maggio del 1992, ma la sua storia comincia otto anni prima, tra i banchi del liceo scientifico Copernico di Pavia. Nel settembre del 1984 Max Pezzali, bocciato l'anno prima, viene messo in banco con Mauro Repetto.
Sono diversissimi: Max ascolta punk e new wave, Mauro è un paninaro che ama la musica nera e il pop. Li unisce la voglia di scappare da una città che sentono stretta.
Dopo un viaggio a New York nel 1988 Max torna con una drum machine Roland e la certezza che col rap anche chi non sa suonare può fare musica. Il primo provino, Live in the Music, in inglese, arriva a Jovanotti, che lo passa a Radio Deejay.
Claudio Cecchetto li porta in televisione con un nome inventato lì per lì: I Pop. Poi per tre anni non succede quasi nulla. Firmano un contratto con una casa di edizioni musicali, scelta per errore sulle Pagine Gialle, che risponde a ogni nuova canzone allo stesso modo: «non c'è l'idea».
La svolta arriva nel 1991 con Non me la menare. La cassetta, lasciata nella portineria di Radio Deejay in via Massena, piace a Cecchetto. Nel giro di un paio di settimane Max e Mauro sono in gara al Festival di Castrocaro. Max ricorda che sulla schiena delle maglie da calcio con cui salirono sul palco avevano fatto stampare il loro nuovo nome: 883.
Per completare il disco portano a Cecchetto le canzoni scritte negli anni precedenti e ne scrivono di nuove. Il titolo dell'album lo sceglie Cecchetto.
La copertina è un fumetto: niente foto, i loro volti si vedono solo di profilo e trasfigurati. All'inizio non c'è nemmeno un videoclip. Gli 883 sono un fenomeno radiofonico: primi in classifica, ma nessuno sa che faccia abbiano.
Il disco supera le 600.000 copie. La critica li ignora quasi tutta, con un'eccezione inattesa: Francesco De Gregori definisce Hanno ucciso l'Uomo Ragno «una cosa molto interessante, per certi versi geniale».
L'album contiene nove brani e si chiude, nella versione CD, con una versione gospel di Non me la menare. Resta a lungo nelle prime posizioni della classifica e vale agli 883 il Telegatto come rivelazione dell'anno. Col tempo anche la critica lo ha rivalutato.
Già nel 1999 il giornalista e sociologo Edmondo Berselli, nel libro Canzoni, definiva gli 883 un fenomeno forse irritante, ma tutt'altro che irrilevante. Rolling Stone Italia lo ha inserito tra i 100 dischi italiani più belli di sempre.
Una nota per i collezionisti: il 24 novembre 2000 esce l'Edizione Straordinaria, rimasterizzata e con quattro remix e due demo inediti, Il problema (la prima versione di Con un deca) e Lasciala stare. Nello stesso giorno escono le Edizioni Straordinarie di: Nord Sud Ovest Est, La donna il sogno & il grande incubo e La dura legge del gol.
Non me la menare
È, parole di Max in Max90, «il primissimo pezzo degli 883». L'idea viene a Mauro nell'estate del 1991: innestare una struttura rock su uno scheletro rap, con i Beastie Boys e i Run DMC come riferimento, e raccontare la provincia italiana.
Per Max la chiave è Pavia, dove non esiste una nicchia in cui rifugiarsi e per piacere a una ragazza bisogna adeguarsi a un mondo che non è il tuo, finché si sbotta.
È anche lo sfogo di due ragazzi stanchi di un contratto che chiedeva solo canzoni melodiche. Max la definisce «un disperato grido d'aiuto camuffato da urlo ribelle».
Nel testo, la maglietta nera con i buchi sotto le ascelle era il simbolo degli alternativi contro il cellulare dei fighetti, e dire di odiare il mare era quasi una scelta politica. C'è anche un errore che Max ammette volentieri: il batterista di «thrash» metal diventò un batterista di «trash».
In studio Mauro la immaginava cantata a versi alternati, ma alla fine la canta solo Max. A Mauro restano i cori e l'«oh oh» iniziale. Fu sull'etichetta di questa cassetta che nacque il nome 883. Molti anni dopo, nel primo concerto di San Siro, Max e Mauro l'hanno finalmente cantata insieme.
S'inkazza (Questa casa non è un albergo)
Nasce dopo Castrocaro, quando Cecchetto chiede altro materiale per l'album, su quella che Max chiama «l'onda rock cazzara del momento». La frase del titolo l'avevano sentita entrambi a casa.
La mamma di Mauro gliela ripeteva indicando il Palace Hotel che stava proprio davanti a casa loro, in viale della Libertà. Max se la sentì dire dopo la bocciatura al liceo, tanto da intitolarci un capitolo della sua autobiografia.
La «k» al posto della «c», spiega Mauro, non ha nessun significato: era solo un vezzo grafico, come il «6» di Non 6 Bob Dylan. Musicalmente si ispira a Poison di Alice Cooper, con un tocco di quella che Mauro chiama «bonjovitudine».
6/1/sfigato
Il protagonista è il «wannabe» della fine degli anni Ottanta. Max racconta che è quello che si compra il cellulare, allora uno status symbol carissimo, per farsi chiamare dalla mamma e sembrare un uomo importante.
Per Max i personaggi di 6/1/sfigato e Te la tiri sono figli dell'Italia di fine anni Ottanta, gente che finge di avere successo. Musicalmente la considera una specie di «proto-rap».
Te la tiri
È una canzone costruita col campionatore. Max ricorda un frammento brevissimo di Hells Bells degli AC/DC, nascosto al punto da essere quasi irriconoscibile. Mauro aggiunge un «ehi yeah» preso da Bang a Drum, dall'album Blaze of Glory.
La protagonista, racconta Max, è la ragazza di provincia che si sente una modella e snobba i ragazzi del bar per inseguire chi ha la macchina importante. Il personaggio vero a cui si ispirò era una parrucchiera. Max precisa però che nella canzone c'è tenerezza per lei: quelli su cui punta, alla fine, vogliono solo approfittarne.
Hanno ucciso l'Uomo Ragno
Max la scrive alla fine dell'estate del 1991, mentre presta servizio civile come autista di ambulanza alla Croce Rossa: al mattino le dialisi, al pomeriggio la cantina con Mauro.La musica, fatta col Korg M1 e per una volta senza campionamenti, era pronta, ma il testo non arrivava. I due vanno a schiarirsi le idee in un finto pub irlandese di Pavia, quello delle «birre scure», e verso le sei decidono di lasciar perdere.
A cena, davanti al minestrone della madre, a Max viene in mente la frase «Hanno ucciso l'Uomo Ragno», e subito dopo il resto del ritornello. Telefona a Mauro e la sera stessa finiscono il testo.
Perché l'Uomo Ragno? In quegli anni i suoi albi erano quasi spariti dalle edicole, travolti dai manga, e per Max quella morte era la fine dei sogni dell'infanzia, proprio mentre tutti gli chiedevano di trovarsi un posto fisso.
Mauro la legge allo stesso modo: la difficoltà di diventare adulti, e Peter Parker come eroe più simile a loro, «nerd, geek, però capace di trasformarsi». Il «margaridas» bevuto dai loschi individui è un errore, ammette Max: veniva dalla pronuncia americana di «margarita».
È anche la canzone su cui Mauro ballò per la prima volta sul palco, a Castrocaro nel 1992. Lasciò in camerino la chitarra che non sapeva suonare e si mise a imitare i passi delle ballerine di Janet Jackson. Fu una scelta solo sua, precisa nel libro: nessuno glielo chiese.
Con un deca
Nella prima versione si chiamava Il problema e aveva un'altra melodia; nell'Edizione Straordinaria di Hanno ucciso l'Uomo Ragno si trova come demo. Mauro la descrive come un notturno pavese, quasi un western: due ragazzi in giro alle tre di notte che cercano una tabaccheria con l'insegna accesa e la trovano chiusa, in una città con «due discoteche e centosei farmacie».
Le due discoteche, precisa Max, erano il Docking e il Celebrità. In una di quelle notti Mauro propone: «Ma se andassimo a New York?». Max risponde: «Ma dove vuoi che andiamo con queste facce?».
Il ritmo viene da un campionamento della batteria di Sweet Lui-Louise degli Ironhorse, una canzone del 1979 vinta su cassetta a un quiz musicale in discoteca. Il deca sono le diecimila lire, che a Pavia bastavano a malapena per una pizza o per la benzina.
Il disco orario solare citato nel testo, racconta Max, era l'invenzione di cui fantasticava un tizio del bar per diventare ricco. Per Max Con un deca è il ritratto di lui e Mauro un attimo prima del successo.
Più di trent'anni dopo, Max ha ripreso il registratore a 4 piste e l'ha registrata di nuovo esattamente come l'aveva messa giù allora: è la «reborn demo» contenuta in Max Forever Vol. 2 (2026).
Jolly Blue
La Jolly Blue era una sala giochi di Pavia vicino alla stazione. Per i ragazzi era un posto caldo dove passare i pomeriggi d'inverno senza l'obbligo di consumare, una «seconda casa», scrive Max in Max90. Lui ammette che il nome era «troppo bello per non usarlo in una canzone», anche se il gruppo presto si spostò in un'altra sala giochi del centro.
Mauro ne ricorda il lato oscuro: molti di quei ragazzi finirono nella droga. Secondo Mauro la canzone è dedicata a YeYe, un loro amico che invece riuscì a uscirne, lo stesso protagonista di Cumuli. Nel concerto di San Siro Max e Mauro l'hanno cantata alternandosi un verso a testa, come quando scrivevano le canzoni.
Lasciati toccare
Max la definisce «un pezzo alla Vasco Rossi ma in salsa onirica». Racconta una situazione vera in discoteca, dove lui e i suoi amici più che ballare osservavano: chi arrivava a che ora, chi si era appena fidanzata.
Le luci stroboscopiche, scrive in Max90, ti mostravano la ragazza un attimo come la donna della tua vita e l'attimo dopo come un demone. Il dettaglio più famoso è la mano con le unghie smaltate che estrae una sigaretta dalla borsa: per Max un gesto da femme fatale dei film degli anni Trenta.




















